Dopo anni e anni di colpevole abbandono che l’aveva ridotta un rudere, Villa Pucci Boncambi viene finalmente restaurata grazie alla provvidenziale iniziativa di due lungimiranti imprenditori locali, Giuseppe e Federico Malizia, tornando a essere patrimonio materiale e culturale non di Collestrada, non di Bastia e del territorio perugino, non dell’Umbria intera, ma di noi tutti, anche di quelli che abitassero a distanza siderale da quel luogo oggi nuovamente incantato. E allora? Dirà più di qualcuno. Non si potevano usare quelle risorse per fare qualcosa di più necessario in questo momento, per soddisfare i bisogni primari delle tante persone in difficoltà?

E’ assolutamente lecito che i culturalmente minorati, perchè così vanno indicati rispetto a chi certe tare mentali non se le porta dietro, inutile usare ipocriti eufemismi se si vuole affrontare la questione con tutta la serietà che merita, possano dubitare sulla reale utilità di certe operazioni; direi anzi che sarebbe pienamente democratica l’espressione del loro eventuale dissenso, in nome del diritto di opinione.
La nostra Costituzione, sarà bene non scordarlo mai, concede uguali diritti politici, a partire da quello supremo di voto, ai culturalmente minorati e a coloro che non lo sono (non c’entrano i titoli di studio, ben altro conferisce a una persona adeguate capacità di comprendonio). Logico che sia così, visto che non si nasce imbevuti di certe cose, sono conquiste che si conseguono nel corso della vita, possibilmente già nella sua prima parte, in corrispondenza della formazione culturale d’epoca scolastica e post- scolastica.
Poi, però, ci si rende conto, al di là delle posizioni di partenza garantite dalla legge e non contestabili, di un aspetto non trattato e non risolvibile attraverso la sola Costituzione, il fatto che non tutti favoriscono allo stesso modo il bene di noi tutti in quanto comunità. E’ allora che ci si deve sforzare di convincere i culturalmente minorati della limitatezza dei loro ragionamenti e dei problemi che un certo modo di pensare determina fra tutti i conviventi.
Premettendo, per esempio, su quanto sia demagogico contrapporre l’assistenza ai più bisognosi al risanamento del patrimonio culturale materiale, visto che entrambi sono concepiti nelle società civili più evolute come urgenze da assolvere. E senza cercare di salvarsi ricorrendo alla retorica più trita e ritrita che non convince più nessuno, manco chi la impiega, quella, ad esempio, della famigerata “bellezza che salverà il mondo” attribuita suo malgrado a Dostoevskij, frase in realtà appartenuta a un suo personaggio, l’Ippolit de L’idiota, che ironizza in tal modo sul candore sprovveduto del principe Mishkin.
Si ammetterà che farsi belli di una frase con cui si indica un idiota non sia il modo più intelligente per scongiurare di esserlo.
Troppo ondivago e individuale il concetto di bellezza in chiunque abbia una sua idea non da principe Mishkin per potere insistere su di esso come fosse qualcosa di univoco e totalmente condiviso. Il rischio, semmai, è quello di farlo apparire come qualcosa di caro e anche di funzionale ai ceti privilegiati, come sarebbe anche obiettivo considerarlo, venendo per questo solo motivo in antipatia a chi di quei ceti non fa parte, o si prende briga di volerne rappresentarne altri dal proprio (i tanti tribuni benestanti che parlano in nome di un non meglio specificato “popolo”).
Più facile, probabilmente, mettersi d’accordo sul suo contrario, o almeno su quello che socialmente determina, la “brutalità”. La brutalità è uno stato degradato, moralmente impoverito, della vita individuale e della convivenza, se a convivere sono gruppi di bruti come quelli che Dante mette nella bocca di Ulisse quando fustiga i suoi pavidi compagni di avventura. E’un modo peggiore di essere al mondo, fondato sulla secondarietà del soddisfacimento dei presunti bisogni primari, una maniera del tutto cagionevole di contribuire al bene dell’umanità, cosa per cui andrebbe debellata come un male da estirpare, con buona pace di chi non é in grado di rendersene conto.
Non c’é dubbio che nel concepire il proprio modello civile di riferimento, i culturalmente attrezzati non possano non attribuire un ruolo speciale, identitario per quanto riguarda lo specifico italiano, alla salvaguardia e al godimento condiviso del patrimonio culturale materiale, bene primario spirituale che non può essere considerato meno indispensabile dei bisogni con cui ci si assicura la semplice sopravvivenza animale. Essere uomini, tanto più, ritornando al padre Dante, se fatti “a seguir virtute e canoscenza”, significa in primo luogo avere coscienza di essere quello che siamo stati, a partire dalle testimonianze superstiti materiali che documentano il livello civile della storia che ci ha preceduti. Noi siamo quegli oggetti, quei monumenti, quell’edificio, quei dipinti, quel parco, quegli utensili, quei libri, quelle tombe, quegli antichi luoghi di lavoro, di preghiera, di studio, di sofferenza o di piacere, siamo figli ideali di ciò che rappresentano.
Ecco perchè Villa Pucci Boncambi, ora che il suo recupero permette di indirizzarla verso il godimento di noi tutti, è parte coerente di una nostra grande madre. Conta poco valutare se questa parte é più significativa di altre o no: più importante accorgersi che si tratta comunque di sangue del nostro sangue, anche al di fuori dei luoghi dove il bene in questione insiste. E’ terra che risorge dalle sue stesse polveri, è vita ritrovata che sta ricominciando nelle nostre, è bisogno di una comune discendenza che ci faccia sentire oltre il tempo tutti di una stessa famiglia, anche quando fossimo diversi al suo interno, come sempre capita nelle famiglie.
E’ Italia, nel senso più nobile, civile e concreto che si possa intendere, un’Italia in cui auspicare che pubblico e privato non vengano contrapposti fra loro in modo ottusamente statalista o liberista, ma messi nelle condizioni di contribuire al vantaggio effettivo della cittadinanza intera (il vero “privato” da debellare è ciò che viene negato al pubblico godimento, anche quando di proprietà pubblica).
E’ l’Italia che sopravviverà alle nostre esistenze più o meno inutili se distolte da questo obbiettivo, trionfando su quella bruta dei luoghi comuni e delle banalità a buon mercato. Noi pensiamo a dare fondamento a quel futuro, ognuno come meglio può, così come in questa circostanza hanno fatto Giuseppe e Federico Malizia.
Vittorio Sgarbi